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Roberta Balmas - Bollettino Telematico dell'Arte (...)
ripensando al suo VIVA LA VIDA, non posso dimenticare che questo è stato il suo
ultimo saluto. Lo ha scritto otto giorni prima di morire (1954) mentre stava terminando
il suo ultimo quadro, in mezzo alle sue angurie cariche di quel rosso vivo sempre
ricorrente nei suoi quadri. E' questo grido, questo desiderio continuo di gioia
di vivere che ci sorprende sapendo che all'età di diciotto anni, in seguito ad
un incidente, viene impalata da una sbarra di metallo dell'autobus su cui ritornava
da scuola insieme ad Alex, suo compagno e amico: la sua spina
dorsale viene fratturata in tre punti nella regione lombare, il bacino schiacciato,
il piede destro spezzato, le pelvi rotte trapassate da parte a parte dal corrimano,
situazione che le impedirà di conoscere la maternità, se non per pochi mesi, perché
avrà solo aborti.
Un esempio del suo dolore è il quadro, Henry
Ford Hospital o Il letto volante (1932, 30,5x38 cm) eseguito a Detroit città che
odiava ma dove restò per stare vicino al marito Diego Rivera. Qui ebbe il suo
secondo aborto: stette in ospedale tredici giorni e il secondo iniziò a disegnare
prima lei poi un feto. Realizza così questo quadro dove troviamo un letto ospedaliero
in un paesaggio deserto e desolante: lei è distesa nuda in una pozza di sangue,
una grossa lacrima bianca scende dal viso, la sua mano tiene un filo-cordone rosso
sangue che si aprirà alla rappresentazione di sei strane figure con al centro
un feto, il bambino non nato. Dolore, solitudine, tristezza, disgrazia, desolazione
e quant'altro sono i sentimenti che questo quadro suscita ma Frida riuscirà a
superare anche questa mancanza di maternità trasferendo il suo amore sui bambini
degli altri, sui nipoti e sui figli di Rivera e Lupe o come
qualcuno afferma sugli animali come le scimmiette e i pappagalli o ancora sulla
raffigurazione di frutta e fiori sempre così vivi nei colori. Dipinse
il quadro Letto volante per la prima volta su metallo e con tecniche che ricordano
gli ex voto o i retablos messicani così precisi nel raccontare ed è così primitivo
nella sua prospettiva sbagliata, negli strani colori pastello scelti per quel
paesaggio industriale che si staglia all'orizzonte. 
Per l'intera vita porterà con sé un dolore continuo e lacerante ma nonostante
le trentadue operazioni, Frida Kahlo inneggerà alla vita con quella allegria che
ha sempre ostentato in pubblico per nascondere invece la tristezza, il dolore,
l'angoscia e la sofferenza che manifesterà sempre e comunque nei suoi quadri:
un misto di dolore ma anche di forza, quella sola forza capace di reagire anche
a situazioni che non hanno rimedio. 
E
proprio in questa immobilità forzata e duratura Frida troverà nella pittura
il tramite, lo strumento per esprimere tutta se stessa con quel suo linguaggio
particolare, di uno stile arcaico e nel contempo moderno. Era nata nel 1907 da
padre ebreo di origine ungherese: era un giovane immigrato in Messico, sofferente
di crisi epilettiche, fotografo di successo preciso e meticoloso nell'eseguire
con cura luci ed ombre. Da suo padre forse prende quella precisione nel descrivere
minuziosamente ogni particolare usando anche minuscoli pennelli di zibellino:
tranne che per pochissimi quadri, Frida prediligerà il formato minore (30x37cm),
più intimo, più suo, più adatto a raccontare quello che provava, come vedeva e
percepiva il mondo, il fuori, l'altro. 
Da
piccola era un monello e anche se a sei anni si ammala di poliomielite e dovrà
stare per nove mesi in camera, dopo la malattia fece di tutto - dalla boxe, al
calcio, alla lotta libera al nuoto - per poter ristabilire l'uso della gamba destra
che rimase invece sempre piccola: per nascondere indossava anche tre o quattro
calze e scarpe dal tacco speciale che le lasciarono quel modo di camminare lievemente
saltellante tipico dei passerotti. Con il padre si recava spesso in giro a passeggiare
nei parchi, era la prediletta delle sei figlie forse perché l'unica che sapesse
come lui cosa significasse la malattia e l'isolamento. 
Mentre
lui dipingeva, lei raccoglieva insetti e piante che poi a casa guardava al
microscopio; imparò anche a usare la macchina fotografica, a studiare l'arte e
l'archeologia messicana che ritroveremo sempre come parte integrante della sua
inconfondibile arte. Dopo la sua nascita la madre si ammalò e lei, come si usava
una volta, fu allattata da una balia: quando dipinse il quadro"
La mia balia ed io" (1937, 30,5x 35 cm, uno dei sette quadri presenti in mostra
alla Galleria Bevilacqua La Masa di Venezia dal 9 giugno all'8 ottobre 2001),
si dipinse piccola nel corpo ma con la testa da adulta, la bocca semiaperta, lo
sguardo fisso mentre le viene donato quel latte-sangue messicano che sgorga da
un seno sezionato e dall'altro gocciolante come lo è il cielo che fa da sfondo
a una foresta tropicale: latte dato da una donna il cui volto assomiglia ad una
maschera tribale, un misto di mistero e morte, primitivo e folkloristico come
fa notare Hayden Herrera nel suo libro Frida Vita di Frida Kahlo (ed. La Tartaruga)
Frida dà l'impressione di essere simultaneamente protetta dalla balia e offerta
come vittima sacrificale.

Frida
Kahlo fece propria l'arte messicana, quella indigena, delle masse a cui legò
anche l'impegno politico (fu membro della Lega giovanile comunista) sfociato in
solidarietà e accoglienza a Lev Trockij quando arrivò in Messico nel 1937. Organizzò
addirittura la partenza per il Messico di quattrocento lealisti spagnoli durante
il suo soggiorno parigino: il suo impegno terminò dieci giorni prima di morire
quando lei quasi inferma, in sedia a rotelle, partecipò alla manifestazione contro
la destituzione da parte della CIA del presidente guatemalteco Jacobo Arbenz Guzmàn. 
Fu
fotografata dai più famosi e importanti fotografi
(Imogen Cunningham, Edward Weston, Dora Maar,
Lucienne Bloch, ecc)
e quasi sempre sceglie il suo costume prediletto quello delle donne di Tehuantepec,
famose oltre che per la loro bellezza e fascino anche per il fatto di essere donne
coraggiose, forti e intelligenti In
tutte le foto si vede una Frida dallo sguardo diretto e penetrante, ironico e
sensuale, interrogativo e ammiccante che poi ritroveremo sempre nei suoi autoritratti
dove si dipinge con caratteristiche ed estrose acconciature e riccamente ingioiellata.


Diego Rivera |
Nel '28 conobbe
Diego Rivera: lui aveva quarant'anni ed era un artista molto famoso, lei venti
di meno. Sapeva che lui era un noto seduttore e il loro primo incontro fu molto
particolare. Anche se brutto, grande e grasso (alto un metro e ottanta, nel '31
pesava centocinquanta chili) Rivera conquista moltissime donne e Frida (che era
alta un metro e sessanta e pesava quarantanove chili) si separerà da lui solo
quando lo seppe amante anche di sua sorella Cristina (alle altre donne si sentì
sempre superiore, ma quando si risposerà Rivera una seconda volta nel '40, pose
delle ferree condizioni). 
Rivera
aveva qualcosa di magnetico oltre alla grande personalità e vitalità: era
spiritoso, molto disponibile, considerato da tutti un genio, apprezzava le donne
dicendo che erano superiori agli uomini perché più sensibili, più belle, più buone.
Lei andò a trovarlo mentre dipingeva un affresco, riuscì a farlo scendere dall'impalcatura
per mostrargli i suoi quadri e chiederne un parere. Cosa che lui fece prontamente
concludendo con un "Hai talento" e da quel giorno praticamente non si lasciarono
mai se non nel breve periodo della loro separazione (1935-36). Fu un amore coinvolgente
e travolgente fatto di contrasti e affinità elettive. Ebbero una vita tempestosa
ma ricca emotivamente e artisticamente, non riuscendo a stare lontano per molto:
tutti e due reciprocamente avevano un disperato bisogno dell'altro. 
Qualche
piccolo colpo di pugnale (1935, 30x40 cm), basato su un fatto di cronaca,
rappresenta bene lo stato d'animo di Frida al momento della separazione da Rivera.
La scena mostra l'interno di una nuda stanza dove
si è appena concluso un omicidio, in un letto è distesa una donna insanguinata,
nuda ma completamente coperta di tagli, un sangue che dal pavimento giallastro
fuoriesce addirittura dal quadro fino ad arrivare a sporcare la cornice; accanto
a lei un uomo vestito, con un pugnale in mano e due colombe una bianca e l'altra
nera che sorreggono una scritta: "qualche piccola punzecchiatura" le parole
che l'uomo disse al giudice proclamandosi innocente. Frida stessa, come scrive
Herrera nel libro, dichiarò di « aver sentito il bisogno di dipingere quella scena
perché aveva provato simpatia per l'assassinata, dal momento che lei stessa era
stata sul punto di essere "assassinata dalla vita" »: è quindi una conferma del
suo dolore tanto che si tagliò i capelli, smise di indossare il costume da tehuana
tanto caro a Rivera, se ne andò di casa e si recò a New York. 
Solitamente
il suo è un disegno minimalista-primitivo: penetra nel particolare va a cogliere
il dettaglio e lo ingigantisce, come le foglie che diventano a volte alberi; anche
l'interno di un frutto, di un fiore viene ingigantito, così il corpo viene come
"sezionato" per mostrarne tutto quello che si trova dentro, fin nelle viscere.

E
il quadro forse più grande per dimensioni e più famoso è Le due Frida (1939,
172 x 173 cm.) dove le apparenti ferite altro non sono che quelle psichiche prodotte
dalle vicende della vita. I visi sono rivolti a chi le sta guardando, sono duri
e alteri e sono così fieri di mostrare il dolore: due folte sopracciglia li evidenziano,
così come le labbra rosse e la peluria dei baffi che fanno risaltare i lineamenti
(particolari che conserverà sempre nei suoi quadri). Così penetrante lo sguardo
che è lo spettatore a distogliere il suo. Il cuore trafitto, squartato è la Frida
lasciata da Rivera che veste l'abito bianco di foggia europea macchiato di quel
sangue che viene trattenuto, chiuso, fermato da una mano che impugna una pinza
emostatica. L'altro cuore invece è integro, è la Frida vestita da messicana, quella
amata da Rivera, che tiene in mano un piccolo medaglione con Diego bambino. Le
due sono sedute sulla stessa panchina si tengono per mano e sono allo stesso tempo
legate da un filo-cordone-vena che parte dal cuore sano per arrivare al cuore
malato, dolente, trafitto dalla separazione: dietro le spalle delle due donne
lo sfondo di un cielo tempestoso carico di brutti presagi. Infatti quando arrivarono
i documenti del divorzio il quadro "Le due Frida" era quasi terminato dopo che
ci aveva lavorato per circa tre mesi. 
Le
furono attribuiti molti amanti etero e omo ma lei non se ne curò libera come
la sua arte dove non si riconobbe né surrealista né realista come la definiva
Rivera: quel che è certo è che fu unica nella sua arte e anche Picasso in una
lettera a Rivera disse così: « Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere
una testa come quelle di Frida Kahlo ». E, se lo diceva Picasso ... 
Fonti:
Catalogo edito da Mazzotta a cura di Achille Bonito Oliva e Luis Martìn Lozano
Libro scritto da Hayden Herrera edizioni La Tartaruga I Maestri del
Colore Fratelli Fabbri Editori testo di Roberta Balmas ISSN 1127-4883
BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 6 novembre 2001, n. 285
"... E’ la prima volta nella storia dell’arte che
una donna esprime con totale sincerità, scarnificata e, potremmo dire, tranquillamente
feroce, i fatti e particolari che riguardano esclusivamente la donna. La sua sincerità,
che si potrebbe definire insieme molto tenera e crudele, la portò a dare di certi
fatti la testimonianza più indiscutibile e sicura; é perciò che dipinse la sua
stessa nascita, il suo allattamento, la sua crescita dentro la sua famiglia e
le sue terribili sofferenze, e di ogni cosa senza permettersi mai la minima esagerazione
né divergenza dai fatti precisi, mantenendosi realista e profonda, come lo é sempre
il popolo messicano nella sua arte, compresi i casi in cui generalizza fatti e
sentimenti, arrivando alla loro espressione cosmogonica ..."
Diego
Rivera |