| Bibliografia [...
] I moderni lacandoni, che parlano un dialetto maya yucateco, restano comunque
gli unici custodi della più pura cultura maya. [...] Per due secoli e mezzo i
circa quattrocento lacandoni riuscirono a mantenersi liberi, inosservati nel folto
della vegetazione. Poligami, abitavano dispersi nella vastità della giungla, in
accampamenti di poche famiglie accuratamente mimetizzati. Coscienti
e orgogliosi di essere i soli discendenti incontaminati dei maya, sulle cui piramidi
essi celebravano gli antichi riti, i lacandoni chiamavano se stessi hach uinìk,
"i veri uomini", lo stesso termine usato dalle caste aristocratiche e sacerdotali
degli antenati, millecinquecento anni prima. (...)
 Gertrude Duby
con un amico lacandone Ma un
brutto giorno questo nostro mondo cominciò a distruggere l'armonia del loro universo
silvestre. Nel 1941 la seconda guerra mondiale fece salire alle stelle il prezzo
della gomma da masticare, prediletta dai soldati americani, che si ricava dal
chicle, il lattice dell'Achras sapota. Così arrivarono nella giungla le orde dei
chicleros. I lacandoni morivano a decine, sterminati da improvvise epidemie.
Delle piste aperte nel folto della vegetazione approfittarono i mercanti di legnami
pregiati, i madereros, che iniziarono a sventrare la foresta con le motoseghe.
Sulla loro scia seguirono i coloni, spesso indiani degli altipiani del Chiapas,
mossi dalla cronica fame di terreni coltivabili, imposta al Messico dal latifondo
e dalla crescita della popolazione. E qui la storia dei lacandoni sarebbe
potuta terminare, tragicamente: i "buoni selvaggi" completamente estinti o assimilati,
la foresta interamente distrutta. Ma
inaspettatamente giunse il soccorso. Gertrude Duby, per gli amici Trudi, nata
a Berna nel 1901, penetrava a dorso di mulo nella Selva lacandona dopo un'esistenza
avventurosa. (... ) Poco dopo lo scoppio della guerra, nel 1940, si stabilì in
Messico, dove cominciò a lavorare come giornalista. Imparò anche a scattare fotografie,
al solo scopo, sostiene con qualche civetteria, di documentare i suoi articoli.
Il suo sogno era però di incontrare i lacandoni. Nella Selva incontrò anche un
nuovo marito, l'archeologo americano Frans Blom, ma il colpo di fulmine più potente
scoccò tra Trudi e i lacandoni. 
Giovani lacandoni alla festa di apertura
della" Casa de la Cultura", Lacanjá. photo by R. Johnston
La giornalista svizzera sposò con dedizione totale la loro causa e mise al loro
servizio la sua vulcanica energia, il suo temperamento caparbio, le capacità organizzativi
e le doti politiche e giornalistiche affinate dalla più che ventennale esperienza
nel socialismo europeo. La fiducia reciproca tra Trudi e i lacandoni venne subito
consolidata dalla calorosa intesa con il più autorevole dei too'hil del nord,
Chan K'in il Vecchio. 
Chan K'in il Vecchio (1900 ? - 23 dicembre 1996), con una delle due mogli ancora
vive.
Nel 1940,
i lacandoni erano circa 400, ma nel 1948 ne sopravvivevano solo 156. Interessando
antropologi americani ed europei, Trudi scatenò una campagna per fare loro arrivare
con urgenza aiuti medici: oggi superano i 500, e continuano a riprodursi a ritmi
messicani. Trudi li convinse ad abbandonare i loro accampamenti isolati e a riunirsi
in comunità più grandi, quelle dove vivono tuttora: i lacandoni del nord sul lago
di Najá, con Chan K'in il Vecchio, e sul lago di Merizabok; quelli del sud sul
fiume Lacanjá, vicino alle rovine della città maya di Bonampak. Il pericolo
maggiore era tuttavia dietro l'angolo. A partire dagli anni Sessanta l'invasione
dei coloni messicani aumentò spaventosamente: il governo aveva deciso di sfruttare
il legname pregiato e di iniziare prospezioni petrolifere, aprendo nuove strade
nella giungla con macchinari pesanti. Si considerava necessaria e inevitabile
la distruzione completa della Selva. A molti contadini poveri di tutto il Messico
vennero offerti titoli di proprietà su scampoli della foresta, a condizione che
vi si trasferissero con le famiglie. [... ] Nel 1972 Trudi e Chan K'in ottennero
la prima vittoria: il governo messicano riconosceva il possesso nominale di ben
6140 chilometri quadrati di Selva ai 66 capifamiglia lacandoni, e cominciò a pagare
loro i diritti per il taglio degli alberi, in misura ridicola rispetto al ricavato,
ma con cifre enormi per gli standard degli indiani messicani. I "selvaggi" lacandoni,
appena usciti da una cultura neolitica, si trovarono di colpo a essere gli indiani
più ricchi del Messico. Questo trasformò radicalmente il loro modo di vivere e
da "fossili viventi" in pericolo di estinzione sono divenuti gli indiani del Chiapas
più adattati al mondo moderno. Ma a quale prezzo? La cultura tradizionale dei
lacandoni era in pezzi. (…) Dal 1988 tagliare alberi è diventato illegale, così
come uccidere o prelevare la fauna selvatica, ma corrompendo (facilmente) le guardie
forestali si può fare di tutto: portarsi via camion di legna, uccidere giaguari
e ocelot per le loro pelli, e commerciare, vive, le ormai rare Ara macao e Ara
militaris. Nel 1989 l'ultima vittoria di Trudi è stata di costringere il governo
messicano ad abbandonare il progetto di un sistema di dighe sul fiume Usumacinta.
Nel marzo del 1991 infine, il Messico ha siglato un accordo con l'organizzazione
ecologista Conservation International, impegnandosi a salvare ciò che resta della
Selva lacandona in cambio di una riduzione di quattro miliardi di dollari del
suo debito estero. "La Selva? Non c'è speranza. E' finita. Del resto, un giorno
o l'altro anche il mondo dovrà finire", mi risponde Trudi. [... ] I capelli soltanto
brizzolati, Chan K'in ha tra i 95 e i 100 anni, ma il figlio più piccolo appena
tre. Il vegliardo emana un alone di serenità, che mette a proprio agio il visitatore.
Eppure è preoccupato. "So che è vicino il xutan, il giorno ultimo, quando gli
dei concluderanno questo ciclo del mondo. La terra si seccherà e si creperà, una
luna rossa incomberà sulla terra, i giaguari e i coccodrilli della notte mangeranno
tutti gli uomini. Mio nonno diceva che era ancora lontano, mio padre che non era
ancora vicino. Ma a me gli dei lo hanno detto: il xut-an sta per venire. Carlo
Maria Pellizzi La dimora degli Dei Nel
brano che segue, tratto dal suo lavoro Les Vrais Hommes, Didier Boremanse descrive
le credenze religiose degli indios lacandoni che attualmente vivono nella foresta
del Chiapas, all'estremo sud del Messico. Ultimi rappresentanti della cultura
maya dei bassopiani, dell'epoca postclassica, i loro antenati, originari del Petén
(la foresta guatemalteca) vivevano vicino ai fiumi La Pasión e Usumacinta durante
l'epoca coloniale, e si rifugiarono nel Chiapas soltanto verso la fine del XVIII
secolo.
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Come si sa, la foresta
del Chiapas e del Petén è disseminata di monumenti in rovina costruiti dagli antichi
maya durante l'epoca classica (250-900 d.C.). I lacandoni credono che quelle costruzioni
siano opera di esseri soprannaturali che chiamano k'uh, dei. Gli dei un tempo
vivevano sulla terra e le loro case sono ancora visibili. Le dimore degli dei
sono simili a quelle dei "Veri Uomini" (gli hach uinìk-, come i lacandoni chiamano
se stessi), ma l'occhio umano, anziché vedere i tetti di fronde di palma, scorge
soltanto pietre. Gli indios lacandoni non venerano solo le rovine. Le grandi rocce
in riva ai laghi, così come le grotte adibite
a tombe o a ossari dalle tribù che occupavano la foresta del Chiapas prima di
loro, sono ugualmente sacre. I lacandoni dicono che le ossa sparpagliate sul pavimento
delle caveme (in realtà perché le tombe furono profanate) sono resti di dei che,
tanto tempo fa, finsero di morire e il cui spirito è penetrato profondamente sotto
le rocce. Invece, le divinità che abitavano Yaxchilán salirono al cielo, Da allora,
gli uomini comunicano con gli dei per mezzo di incensieri di terracotta. L'espressione
"la casa degli dei", u y-atóch k'uh, designa il tempio (cioè la capanna in cui
sono conservati gli incensieri e dove si svolge la maggior parte delle cerimonie
religiose), ma anche i ruderi, le rocce e le grotte dimora dello spirito degli
dei, alle quali gli indios andavano in altri tempi in pellegrinaggio. Le pratiche
rituali degli indios lacandoni si ispirano a diverse tradizioni religiose precortesiane.
Dopo la caduta della civiltà maya, nel IX secolo d.C., gli abitanti delle foreste
che sopravvissero al cataclisma (o i nuovi venuti nella regione) continuarono
a visitare i centri abbandonati e a praticarvi umili riti. L'archeologo Patrick
Culbert riferisce che nei templi di Tikál si continuava a fare offerte di incenso
molto tempo dopo lascomparsa dei grandi
sacerdoti dei templi stessi; ma fa anche notare come la collocazione errata di
alcune stele rispetto agli altari indichi che quegli "adoratori di pietre" ignoravano
tutto del culto esoterico e fastoso dei loro predecessori, trasformati in dei.
Nei primi anni del Novecento, Alfred Tozzer trovò cinque incensieri lacandoni
allineati davanti a una stele all'interno di un tempio (rovine di Tzendales).
Osservò che quella
pietra era stata trasportata dall'esterno e collocata contro il muro di fondo
della camera, e che i muri e il soffitto erano neri di fuliggine. La venerazione
dei templi in rovina e l'uso degli incensieri erano tipici della religione maya
dell'era postclassica dei bassopiani, cioè Yucatán, Petén e foresta del Chiapas.
Ora, tale manifestazione culturale precolombiana sopravvive ancora oggi fra gli
hach uinìk, che non hanno rinunciato alla religione tradizionale. Quanto all'uso
delle grotte come luoghi di culto, di pellegrinaggio e di sepoltura, secondo Carot
"risale al preclassico medio e prosegue fino alla fine del classico recente (600
a.C. 900 d.C.)", ma gli indios degli altopiani del Chiapas e del Guatemala continuano
tutt'oggi a venerarle. Ho detto più sopra che l'espressione "la casa degli
dei", u y-atóch k'uh, designa sia la capanna (il tempio) in cui sono custoditi
gli incensieri, sia la roccia o la grotta entro la quale risiedono gli spiriti
di una famiglia di dei. Ora, che connessione c'è tra gli incensieri e gli antri
divini?
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Comincerò col descrivere l'aspetto generale delle caverne sacre che ho visitato
nel 1974 e nel 1979. Senza dubbio, si tratta di luoghi destinati originariamente
alla sepoltura, e in tempi successivi profanati più e più volte. All'ingresso
della grotta si trova un tumulo di pietre chiamato u mukulan, la tomba, da cui
probabilmente provengono le ossa (crani, mandibole, femori) sparse un po' dappertutto.
E' probabile che le spoglie fossero accompagnate da offerte, poi scomparse a causa
di furti. Non vi è più traccia di tali offerte funerarie, fuorché qualche frammento
di vasellame. Il pavimento della grotta, è disseminato di vasellame e di zucche
svuotate offerte agli dei da parte dei lacandoni, e di vecchi incensieri abbandonati.
In fondo, contro la parete rocciosa, si ergono gli altari di pietra del dio e
della dea sua sposa, signori della grotta e del lago vicino. La pietra eretta
al dio è più alta di quella per la sua sposa. E' impossibile accertare quale fosse
la forma originaria di quelle pietre, ormai interamente ricoperte di fuliggine
e di residui di copale bruciato. 1 Veri Uomini bruciano l'incenso sulla u-ho'or
(testa) della pietra, all'interno di un cerchio di piccoli ciottoli incollati
sulla sostanza resinosa. Quando decidono di fabbricare un incensiere per la divinità
che sono andati a pregare, i fedeli prendono alcuni di quei ciottoli, se li portano
a casa, e li depositano sul fondo di un vaso di argilla chiamato u-lák-i k'uh
(il vaso del dio), che servirà, appunto, da incensiere. Dal vaso sporge una testa
antropomorfa stilizzata, con il labbro inferiore proteso per ricevere le offerte
rituali di cibo e bevande. Dopodiché, gli uomini possono comunicare con la divinità
attraverso le pietre sacre, u kanche' k' uh (la sedia del dio) contenute nell'incensiere,
sulle quali bruceranno la resina di copale, e sulle quali, durante il rito lo
spirito del dio discende e si siede (da cui il nome delle reliquie). Abbiamo presentato in un altro lavoro
una versione completa della mitologia degli hach uinìk nelle sue forme odierne.
Per quanto riguarda la fine del mondo, ritengono che comincerà con un'eclisse
di sole che getterà la foresta in un buio totale. Gli uomini supplicheranno gli
dei e bruceranno copale negli incensieri, ma invano: nulla, infatti, impedirà
ai giaguari del cielo e del mondo sotterraneo di perseguitarli e divorarli. Gli
uomini e le donne vergini saranno condotti a Yaxchilán, dove Hachakyum, il creatore
e dio principale, li farà decapitare. Il loro sangue, gli dei lo adopereranno
per dipingerne le proprie dimore. C'è da notare a questo proposito, che durante
alcuni riti religiosi i lacandoni dipingono il viso, la tunica, gli incensieri
e le colonne del tempio con oriana, una tintura rossa estratta dall'orellana (Bixa
orellana). il che spiega il loro detto: "Il sangue degli uomini è l'oriana degli
dei". E' una rnitologia secondo cui gli dei sono esseri che si dilettano all'odore
del sangue umano, e che ricorda i sacrifici umani praticati dai maya nell'era
postclassica. Le anime dei sacrificati durante la fine del mondo sono inviate
al livello più alto del cosmo, dove la notte è eterna. Gli hach uinìk credono
che la fine del mondo sia vicina. Per questo molte famiglie di lacandoni si sono
convertite al cristianesimo: così, quando giungerà la fine del mondo, le loro
anime andranno in cielo "con Gesù", invece di dover patire le tenebre, la paura
e il freddo per l'eternità. Didier
Boremanse
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