| CERCANDO
LE ORIGINI: VERSO
WIRIKUTA, LA TERRA SACRA DEGLI HUICHOLES
di Luigi Picinni Leopardi fotografie di Riccardo Mantovani

Nierika di perline di vetro di Maximino Hernandez de la Cruz
(collezione MexicoArt) INTRODUZIONE
Molti di voi si chiederanno il perché'
di tanto interesse per l'arte e l'originale visione del mondo degli Huicholes
del Messico. La ragione risiede nel fatto unico e singolare che nel corso
degli ultimi 500 anni essi sono riusciti a conservare integro e vitale l'arcaico
culto solare della natura, proprio delle civilizzazioni planetarie dell'età
aurea.
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| di Maximino
Hernandez de la Cruz (Galeria del Pueblo, San Miguel de Allende) |
Il fascino delle antiche cronache
e della fluente tradizione orale, gli incredibili reportage dei primi pionieri
ed il crescente interesse dei nostri giorni fanno di questo fenomeno una autentica
icona "cult". Il culto del peyote tramandato dai wixaritari o huichol
ha radici millenarie e si e' conservato occulto, incontaminato e vitale fino alla
fine del secolo xix, quando i primi viaggiatori e studiosi europei ne fecero oggetto
d'investigazione e ricerca destando un profondo interesse su tale autentico ed
inesplicabile mistero antropologico. L'enorme mole di miti, canzoni e leggende
nonche' la ricca documentazione storiografica accumulatisi fino ad oggi testimoniano
univocamente il perpetuarsi, dai tempi dei toltechi e degli aztechi, dell'antico
culto solare amerindio in una delle sue manifestazioni piu' originali ed esoteriche,
le cui antichissime origini - riscontrate dagli archeologi - sono da collocarsi
nell'area del Rio Grande o Rio Bravo, circa '7000 anni fa. Tale
peculiare fenomeno di cosi' sorprendente quanto anacronistica sopravvivenza culturale
del prototipo umano del genere "homo religiosus", proprio delle tribù
aborigene d'America, come gli hopi e gli zuni, i coras ed i tepehuanos, gli yaquis
ed i tarahumaras, dimostra con somma evidenza la strenua ed indomita resistenza
opposta dagli adepti del culto solare iniziatico wixarika contro le feroci e crudeli
campagne di "evangelizzazione" e genocidio. Lo stesso vale per l'analoga
circostanza della riscoperta negli anni 50 - ad opera di Wasson, Pavlovna, Heim
e Schultes - dell'ancestrale culto dei funghi psilocibinici, anch'esso considerato
scomparso e dimenticato, per centinaia d'anni di geloso silenzio e segreta devozione.
Le antiche cronache e l'ininterrotta tradizione orale riportano che, nel corso
della sacra peregrinazione, gli antichi peyoteros, vestiti con pelli di animali
selvatici ed illuminati dai bagliori fantasmagorici delle torce di pino resinoso,
digiuni ed allucinati, ricreavano le gesta primordiali degli antenati cosmogonici,
venerando il cervo mistico ed allegorico nelle notti fredde e stellate del deserto
alto di San Luis Potosì, la terra magica del "divino luminoso",
a trecento chilometri di distanza dalla nativa ed avita sierra. In special
modo l'indecifrabile, impressionante ed arcano canto dello sciamano - che dura
una notte intera - rammenta tutto un "corpus" di conoscenze e mitici
rituali risalenti ad epoche remotissime, proprie dei popoli nomadi, cacciatori
e raccoglitori . Allo stesso tempo le splendide ed originalissime espressioni
dell'arte votiva e cerimoniale rimandano alle componenti piu' evolute e raffinate
del crogiuolo dei differenti gruppi tribali confluiti per occultarsi, dopo il
primo e letale contatto con gli spagnoli, fra i dirupi scoscesi della Sierra Madre
Occidentale. L'interesse per la magica "pianta di potere" dalle
proprietà mistiche e soprannaturali, il cui principale composto attivo,
la mescalina, venne per la prima volta in Germania isolato e sintetizzato chimicamente
alla fine del xix secolo, quando ne inizio' la sperimentazione in campo psichiatrico,
appare evidente nell'opera dei primi studiosi della cultura wixarika, come Karl
Lumholtz , Leon Diguet e Konrad Theodor Preuss.
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| La mula
sarà il mezzo di trasporto più utilizzato dagli archeologi fino
al 1950. Nonostante gli inconvenienti era sempre meglio della sedia portata a
dorso di schiena da un indio (da incisione dell'epoca) |
Questi autentici pionieri erano
costretti a raggiungere a dorso di mulo l'antico e remoto enclave tradizionale
ed il loro itinerario comportava diversi giorni di ardue peripezie; costoro
ebbero la fortuna di conoscere la realtà del mondo tribale wixarika nella
sua forma piu' intatta ed originale prima dei grandi sconvolgimenti provocati
dalla rivoluzione di Villa e Zapata e le ripetute quanto sanguinose guerre dei
" cristeros ". Infatti fu solo dalla fine degli anni '50 che tale
situazione di continua instabilità si attenuò sensibilmente ed ai
wixaritari vennero finalmente riconosciuti ed assicurati i tanto anelati diritti
sulla terra degli avi e sul rispetto dei propri costumi e tradizioni da parte
del governo messicano con il conseguente coinvolgimento dell'Istituto Nazionale
Indigenista. Fu solo dopo l'installazione delle piste di aviazione negli anni
'60 - sponsorizzata da organizzazioni internazionali - che, nonostante le reiterate
quanto inutili resistenze da parte dei nativi, i primi studiosi vennero ammessi,
a malincuore, a partecipare al "banchetto divino" masticando insieme
ai marakame l'amaro succo della radice diabolica, infrangendo cosi' definitivamente
un antichissimo divieto. Tutto questo avveniva in piena epoca di "rivoluzione
psichedelica" e quindi i testi di Benitez, Benzi, Myheroff e Furst contengono
ampie dissertazioni sulle proprietà e sugli effetti dei derivati mescalinici
della "Lophophora williamsii". Stati di profonda trance ed illuminazione
spirituale, intensa commozione e gioia selvaggia vengono rilevati dagli studiosi
in relazione al comportamento dei "peyoteros" stremati dalla fatica,
il digiuno e gli stenti, ma sempre pero' sostenuti da una fede incrollabile nel
loro mondo di credenze soprannaturali. Al contrario gli "intrusi",
gli psiconauti colti , originali e stravaganti, riportano un senso di estraneita',
malessere, ansia, terrore e nausea, con lampi di beatificazione e sprazzi di lucidità
visionaria. Il reportage dell'interminabile e spaventoso "trip"
mescalinico di Benitez e Benzi nel bivacco rabelaisiano del tempio-calihuey' di
"Las Guayabas" risponde ai canoni della migliore tradizione letteraria
"on the road" cosi' come le agiografiche descrizioni - opera degli americani
Barbara Myheroff e Peter T. Furst - dell'affascinante personalita' e delle movenze
teatrali dell'artista-sciamano Ramon Medina Silva, probabile modello ispiratore
del "don Juan" di Carlos Castaneda. Risulta ovvio comunque che per
l'osservatore esterno rimane indubbiamente oscura ed irraggiungibile l'intima
essenza dell'esperienza vissuta e condivisa con gli ultimi "stregoni"
del neolitico scaraventati attraverso una scorciatoia del tempo nell'era del progresso
consumistico multimediale. 
Nierika di Julio Robles Carrillo
(collezione MexicoArt)
LA
MIA ESPERIENZA PERSONALE Sono
stato a Wirikuta nel corso di un autentico "viaggio cerimoniale", con
tanto di autorizzazioni e permessi ufficiali, nel marzo del 1990. Fin dal
mio primo soggiorno in Messico nell'estate del 1984, e prima ancora attraverso
le letture dei classici della beat generation e di Carlos Castaneda e la poesia
rock di Jim Morrison, avevo sempre fantasticato ed anelato l'incontro con i rappresentanti
della magia viva e dell' arte planetaria, proprie della grande tradizione sciamanica
solare mesoamericana. Allora, data la giovane età e la mancanza di
più complete basi scientifiche e culturali, procedevo sospinto dall'entusiasmo
e dallo spirito di avventura e solo in seguito ho potuto ricapitolare e comprendere
appieno nella loro completezza e totalità i contenuti intrinseci e le valenze
profonde di quanto da me vissuto come una meravigliosa ed esaltante esperienza
di vita. Dopo cinque anni di vagabondaggi "on the road" fra le spiagge
psilocibiniche di Oaxaca ed il deserto alto di San Luis Potosi', il tempo e le
consapevolezze del vivere accumulatisi hanno fatto si che maturassero le condizioni
per il tanto desiderato incontro. Da quel momento in poi tutto si e' svolto
come in un sogno ad occhi aperti o in un film ispiratore e questa ne è
la fedele cronaca. Frequentando per lunghi periodi di tempo l'antica città
fantasma di Real de Catorce ed il sottostante deserto, dove lungo la ferrovia
sorgono i piccoli villaggi di Vanegas, Estacion Catorce e Wadley, meta obbligata
di generazioni di psiconauti messicani e stranieri, avevo sempre sentito parlare
dei mitici huicholes che, invisibili agli estranei e nel silenzio più assoluto,
visitavano quei luoghi nel corso delle loro peregrinazioni per compiervi le loro
cerimonie segrete. Un mattino di inverno a Città del Messico un amico
grafico pubblicitario ed appassionato delle culture enteogeniche rivelo' a me
ed a Jose' Antonio di aver visitato la "sierra de los huicholes", nello
stato di Jalisco, giungendovi avventurosamente a bordo di un vecchio aeroplano
partito da Tepic in Nayarit. Aggiunse che, dopo aver trascorso un paio di giorni
in questo posto fuori dal mondo ed aver comprato alcuni pregevoli oggetti di artigianato
locale, era andato via sempre in aeroplano, consigliandoci vivamente di provare
a condividere tale insolita esperienza. 
Iguana in legno e perline di vetro di anonimo huichole
(collezione MexicoArt)
Fu allora che convinsi Jose' Antonio Bautista Vazquez ad accompagnarmi lì,
ed un mattino di gennaio, poco prima dell'alba, ci ritrovammo nell'aeroporto di
Tepic, con una piccola folla di gente pronta a spiccare il volo verso la "sierra
misteriosa". Così avvenne che un tizio mi bussò alle spalle
e voltatomi di scatto mi ritrovai faccia a faccia con il sorriso misterioso e
profondo di un signore indiano, vestito all'uso huichol, che mi chiese in spagnolo
quale fosse la nostra destinazione finale. Una volta appreso che andavamo
a San Andres Cohamiata si presento' invitandoci caldamente a visitarlo a casa
sua che si trovava li' vicino in un posto di nome " Las Guayabas ".
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| Antica
foto conservata al museo huichol di Zapopan, Guadalajara |
Andare a trovarlo comportò una faticosa
camminata di quasi tre ore di ardue discese, circondati da un paesaggio arcano
e fantastico, per giungere infine in una minuscola località composta da
un pugno di case dal tetto di paglia, il cui toponimo castigliano deriva dalla
prelibata frutta tropicale, presente sulle rive dell'ameno ruscello che scorre
li' vicino, prima di formare una piccola cascata e perdersi fra i dirupi scoscesi
dei canyon. Questo antichissimo centro cerimoniale - Temurikita in lingua wixarika
- può benissimo vantare il titolo di ultima shangri-la, circondato com'è
a trecentosessanta gradi da un grande circolo di maestose montagne. Come ospiti
venimmo trattati con grande considerazione e dopo aver mangiato e bevuto del caffè
che avevamo portato in dono, approfittando della momentanea assenza di Jose' Antonio,
il nostro anfitrione si rivolse a me con estrema serieta' chiedendomi quale fosse
il vero motivo del mio interesse per la gente del peyote. Gli risposi rendendogli
manifesta la mia intenzione di entrare in contatto con gli esponenti della tradizione
esoterica iniziatica e lui rispose a sua volta che ciò non era una cosa
facile e tantomeno accessibile a tutti, aggiungendo che se lo avessi voluto veramente,
avrei dovuto fare qualcosa per dimostrare di meritarlo e fu cosi' che nacque il
progetto del viaggio a Wirikuta. Chi avrebbe mai pensato all'ora che in quel
momento mi venivano offerti l'occasione irripetibile ed il grande onore di condividere
un cerimoniale segreto vecchio di secoli, con uno dei lignaggi tradizionali più
qualificati e rappresentativi della spiritualità wixarika, insieme ad alcuni
dei veterani della storica spedizione, la prima nel suo genere a cui aveva partecipato
don Francisco Benitez a meta' degli anni '60, ed ai loro diretti discendenti.
L'istinto ebbe il sopravvento su qualsiasi altra considerazione ed in quello stesso
momento venne sigillato il patto di reciproco rispetto e profonda amicizia che
mi lega ancora oggi alla gente di "Las Guayabas". La risalita fu
realmente allucinante e fu grazie ad una buona dose di peyote liofilizzato in
polvere finissima disciolta nell'acqua del torrente, gentilmente offertaci dal
nostro ospite, che incontrammo la forza per arrivare a destinazione prima del
calare della notte. Da solo dovetti ritornare ancora una volta nella sierra
in febbraio per ulteriori accordi, dopo aver ottenuto il lasciapassare necessario
grazie allo squisito interessamento di un alto funzionario dell' I.N.I. Finalmente
arrivai, rocambolescamente a bordo di una vecchia e maltrattata limousine con
targa dell'arizona, fino alla localita' piu' prossima dove era possibile transitare.
Dopo un paio di giorni passati ad espletare le formalita' burocratiche inerenti
l'ambito della comunità, il viaggio cominciò di notte con una camminata
fino all'alba per raggiungere la fattoria dove avevo lasciato posteggiata la oldsmobile.
In quell' occasione ripercorremmo l'antico cammino seguito per centinaia di anni
dagli antichi peyoteros. Il giorno appena cominciato lo passammo guidando a bassissima
velocità per la grande e polverosa strada sterrata ed al calare delle tenebre
venne preparato il primo bivacco nel quale venne celebrato il fondamentale e necessario
rituale della "confessione" dei peyoteros davanti al fuoco di Tatewarì
nel quale i pellegrini acquisiscono il nome cerimoniale, nei mio caso: "Uri
Uanakame". Partendo sempre di buon mattino e percorrendo strade completamente
asfaltate, l'indomani, dopo una sosta ristoratrice nell'amena cittadina di Fresnillo,
raggiungemmo di notte il deserto di Wirikuta accampandoci nei pressi di Vanegas.
Poi affidammo la oldsmobile ad una anziana signora che gestiva una piccola pensione
beat nella Estacion Wadley e, noleggiata una jeep con autista, ci facemmo lasciare
ben addentro nel deserto dove sorge un piccolo monticolo di pietre che i huicholes
di "Las Guayabas" identificano come la dimora di Kauyumari. Qui cominciò
il rituale vero e proprio e, organizzato l'accampamento, tutti ci sparpagliammo
a caccia del "divino luminoso". Don Antonio fu il primo ad incontrare
il peyote e quando tutti lo raggiungemmo incominciò la coloratissima ed
impressionante cerimonia: venne scavato un piccolo fosso e fra canti, pianti ed
una intensa commozione vennero depositate le offerte. Poi fino all'imbrunire continuo'
la raccolta dell'hikuri. Per tutta la notte don Antonio canto' senza interruzione
invocando Kauyumari, accompagnato da Gregorio e dai violini di Cecilio e Samuel,
mentre intorno a noi echeggiavano gli agghiaccianti ululati dei branchi di coyotes
che ci circondavano, tenuti a bada dal grande fuoco dell'accampamento.
CD I canti sacri huichol
Finalmente
all'alba calò la quiete ed i quattro peyoteros mi lasciarono solo per andare
a verificare che ne era stato delle offerte ed interpretare il gradimento degli
dei. A piedi poi raggiungemmo la stazione di Wadley, appesantiti dall'inestimabile
bottino di caccia composto da centinaia di cactus sacri. Da
Wadley proseguimmo verso sud sulla accidentata strada bianca che costeggia la
linea ferroviaria e, dopo aver oltrepassato a metà del cammino un cippo
di pietra che indicava il Tropico del Cancro, attraversammo la cittadina di Charcas.
Dopo aver percorso un altro po' di strada deviammo in direzione ovest diretti
verso il villaggio di Santo Domingo alla ricerca di una laguna sacra denominata
"Tutti gli Dei", procedendo a tentoni e chiedendo informazioni, prima
nel piccolo villaggio e poi a qualche umile contadino di passaggio in groppa al
suo asinello, raggiungemmo infine le sacre fonti verdi di muschio profumato.
Eravamo giunti quasi al tramonto ed appena usciti dalla macchina avvertimmo i
morsi gelati delle raffiche di vento dell'altopiano e non potendo procurarci al
buio la legna per il fuoco decidemmo di dormire tutti e cinque nella oldsmobile
color oro. Nella nottata Cecilio prese un grosso spavento e tutti ridemmo fino
alle lacrime. Quest'ultimo, nel cuore della notte, aveva cercato di trovare tepore
e protezione accomodandosi al di sotto del veicolo avvolto da una coperta. In
seguito, dato che il freddo si era fatto sempre più insopportabile, io
avevo acceso il motore per far funzionare il riscaldamento e Cecilio, pensando
che fossi improvvisamente impazzito e volessi riprendere il viaggio travolgendolo
a mia insaputa, era balzato fuori urlando di terrore avvolto come un fantasma
nella sua coperta. La mattina seguente, riscaldati dai primi raggi del sole, in
una atmosfera solenne e ieratica vennero depositate le offerte e compiuti i rituali
propiziatori, per ritornare poi a Charcas. Da quel momento in poi l'intera vicenda
assunse connotati ancora più eroici e rischiosi perchè per gli abitanti
profani e le ottuse autorità di questo nostro mondo, sempre più
intriso di kali-yuga, la preziosa "medicina" viene considerata alla
stregua di una pericolosissima "droga allucinogena". Fu cosi' che,
dopo aver percorso tutti insieme le polverose piste del deserto dove andò
perduta la targa posteriore del veicolo, quando arrivammo a Charcas per ritornare
sulla strada asfaltata, ci dividemmo: Cecilio e Samuel, proseguirono in autobus
portando con se' il prezioso carico mentre io li seguivo in auto con don Antonio
ed il suo "secondo", Gregorio. Inutile dire che nonostante i miei
reiterati inviti, il vecchio marakame fece sempre di testa sua continuando a portarsi
addosso una manciata di piccoli bottoni di peyote a cinque punte come amuleto.
La nota caratteristica del pellegrinaggio era costituita inoltre dal fatto che,
dal primo all'ultimo, tutti i partecipanti sembravano essere perennemente indecisi
sul cammino da percorrere e quindi, ad ogni occasione di dubbio, solo dopo lunghi
conciliaboli veniva decisa all'unanimità la direzione precisa da prendere.
Per questo più che di un normale itinerario terrestre il viaggio aveva
l'aspetto incantato di una navigazione per mari sconosciuti ovvero una sorta di
viaggio astrale. Viaggiammo per tutta la giornata divisi in due gruppi passando
miracolosamente indenni diversi posti di blocco dell'esercito diretti verso la
cittadina di salinas de hidalgo dove ci riunimmo per proseguire fino alla località
"Rancho Agua Hedionda" nei pressi della quale vi sono le sacre fonti
di "Tatei Matinieri", dee della pioggia dell'est. Anche in questo
caso il rituale prevedeva la deposizione di una grande quantità di offerte
votive e la benedizione di tutti i pellegrini mediante l'aspersione delle acque
sacrali. In questo caso pero' l'atmosfera della cerimonia era in parte contaminata
dalla presenza di alcuni ragazzini del luogo che spiavano aspettando la nostra
partenza per impadronirsi presumibilmente delle offerte e dalla sporcizia e dai
rifiuti presenti dovuti alla vicinanza del centro abitato. Il centro di Salinas
brulicava di soldati e quindi con molta cautela raggiungemmo la stazione degli
autobus per riprendere di nuovo il viaggio divisi in due gruppi diretti verso
la cittadina di Mexquitic nello stato di Jalisco, dove arrivammo di sera passando
per Zacatecas. Il municipio di Mexquitic, dall'amena piazza abbellita da un
giardino di rose, insieme a quello di Bolanos nello stesso stato e quelli di la
Yesca ed El Nayar in Nayarit, è uno dei pochi ad avere nella popolazione
un'alta concentrazione di appartenenti alla etnia huichol ed è quello da
cui dipendono il rancho di "Las Guayabas" ed il centro cerimoniale di
San Andres Cohamiata. 
Maschera in legno e perline di vetro di Hector
Gonzalez (collezione privata)
A Mexquitic, dopo un paio di giorni di ozio dedicati a recuperare il sonno e le
forze, venimmo raggiunti da un gruppo di ausiliari di "Las Guayabas"
fra i quali vi erano alcuni fratelli di Cecilio e Gregorio ed il figlio di Samuel,
Juan. Alcuni di loro fecero subito ritorno alla sierra con il prezioso carico
di peyote mentre un paio di adulti si unirono a noi con le cinque vetuste carabine
per la caccia al cervo. Anche quì c'erano problemi perchè i huicholes
non hanno il porto d'armi ed in ogni caso la caccia al cervo è vietata
in quella regione. Per questo nel corso di un bivacco in una tappa di avvicinamento
al territorio di caccia fummo sorpresi nel cuore della notte da un gruppo di soldati
che volevano evidentemente sequestrare le armi da fuoco. Per fortuna le carabine
erano state previdentemente nascoste ad una certa distanza e quindi i soldati
se ne andarono via, beffati dall'astuzia degli indios. La caccia andò avanti
per diversi giorni senza risultati anche a causa dell'inadeguatezza delle armi
che in diverse occasioni fecero cilecca al momento opportuno. Fu per me comunque
una occasione magnifica per intrattenermi con lo sciamano con il quale rimanevamo
soli gran parte del giorno mentre i cinque cacciatori inseguivano il cervo. Le
notti trascorrevano insonni perchè i componenti del gruppo attribuivano
la mancata cattura del cervo ad inadempienze rituali e quindi a turno si destavano
nel cuore della notte per incominciare interminabili preghiere frammiste a lamentazioni
e pianti alle quali di seguito tutti si univano in coro. Inoltre la situazione
era unica e per me oltremodo insolita dato il protrarsi del digiuno. Infatti dopo
esserci rifocillati degnamente per l'ultima volta in una piccola trattoria di
Fresnillo all'inizio del viaggio - il giorno successivo alla confessione - il
regime alimentare si era ridotto ad una misera porzione di "tortillas"
di mais nativo seccate al sole ed acqua. Solo a me erano toccati un paio di volte
un uovo sodo e pezzetti di formaggio fatto in casa che Samuel custodiva gelosamente.
Alla fine dell'avventura quindi la bilancia indicava che avevo perso ben sei chilogrammi
in poco meno di due settimane. Non mancava mai la "medicina" che durante
la caccia al cervo veniva distribuita tutte le mattine direttamente dallo sciamano,
ma solo nel corso della veglia rituale nel deserto ne venne consumata una quantità
capace di produrre la trance enteogenica. A quel punto il tempo del mio soggiorno
in Messico si stava per concludere e cosi', dopo avermi liberato dai vincoli cerimoniali,
don Antonio e gli altri mi salutarono con molto affetto benedicendomi ed io mi
avviai di buon mattino camminando verso il fondovalle. Dopo un paio d'ore raggiunsi
la strada che da Nostic va a Mexquitic dove trovai un passaggio in autostop. Arrivato
in paese raggiunsi il deposito dove avevamo lasciato la oldsmobile che una anziana
commerciante del paese, amica dei huicholes, acquisto' per cinquecento dollari.
Prima di consegnarla controllai che non vi fosse rimasto qualche oggetto personale
e fu cosi' che frugando sotto il sedile del guidatore incontrai una "muvieris"
che i peyoteros mi avevano lasciato in ricordo della magnifica avventura.
di
Luigi Picinni Leopardi fotografie di
Riccardo Mantovani
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